domenica 24 luglio 2011
...la donna...
Sempre donna: sensuale, dolce e cattiva, che ama con la stessa passione con cui odia...Donna, bella, affascinante, forte e pericolosa, che può renderti la vita un inferno o farti toccare il paradiso. Gelosa e libera, contraddittoria e decisa. La sua assenza rende l'uomo povero e l'amore sterile
venerdì 22 luglio 2011
La macchinetta fotografica orba & il burro cacao alla fragola in borsa ...
In realtà sono una fotografa senza la macchinetta.
Quando cammino per strada e vengo attratta da un’immagine singolare, o per me suggestiva, mi fermo un istante e faccio uno scatto con la mente, augurandomi che quello che ho fotografato senza flash non perda i contorni, non si sfumi con l’immagine a seguire e non vada persa tra i meandri della memoria. Mi auspico che il volto di qualcuno non perda i suoi lineamenti o che la gestualità non si riveli una sorta di deliquio improvviso da rianimare ad occhi chiusi.
Tutti i santi giorni abbiamo la mente intasata di forme ed immagini ed è quasi sempre impossibile mantenere il nitido ricordo di esse. Non possiamo certo rimembrare di essere passati nel periodo natalizio davanti ad una golosa, tutta colorata ed imbandita vetrina di dolci, e soprattutto che la signora all'interno della pasticceria in questione, con fare lento, si era messa ad assaggiare un piccolo biscottino al burro finemente ricamanto con la cioccolata...e ancor di meno essere stati attenti all'espressione di gioia provocata da un fuggevole atto di piacere.
Tempo fa, dopo essermi accorta di questo mio particolare atteggiamento e curiosità nei confronti delle molteplici interazioni di un mondo esterno al mio, ho deciso di comprare una macchina fotografica e ho cominciato a portarla in borsa, come si fa con il mazzo di chiavi o il burro cacao alla fragola, ma conferendogli una maggiore importanza...certo, se non sto attenta al mazzo di chiavi resto fuori casa, ma sono dettagli trascurabili!!!
Ad ogni modo, puntualmente, quando ho necessità di fare un'istantanea, succede qualcosa: ho le batterie scariche oppure il momento che volevo arrestare si è già confuso con il fluire del tempo, così non ho potuto catturare l’attimo.
Di solito, se il problema non sono state le batterie, aspetto un po’ con il cuore in gola e la speranza che si ripresenti quella piccola eternità evanescente…il desiderio di riafferrarla nello stesso millisecondo in cui realizzo di averla persa… Nella maggior parte dei casi, tutto si è svolto in maniera troppo veloce e la mia macchinetta è rimasta spenta.
È rimasta con l’occhio chiuso a fissare il buio, un’occhio chiuso verso l’immensità di una piccolezza…che delusione!
Allora che cosa ho pensato? Se non sono così brava ad immortalare l’effimero e non sono nemmeno così tanto brava ad immortalarlo come voglio quando becco il momento esatto del suo principio, forse posso provare a fare delle modeste fotografie con le parole. Del resto una foto è verbo. Una foto la si osserva e ci emoziona, ci fa trarre delle conclusioni...semplicemente la si guarda e poi la si commenta silenziosamente.La riscriviamo in noi, in base alle sensazioni che ci ha provocato. Tuttavia, sono consapevole del fatto che una foto ha il pregio di esprimere con una sintesi meravigliosa quello che uno scrittore, un attore, un musicista renderebbe ridondante e ripetitivo.
Così, oltre al mazzo di chiavi, il burro cacao alla fragola e la macchinetta orba, ho ricordato di avere sempre con me un’agendina e una matita per qualsiasi evenienza. Di certo non posso rendere perfettamente l’idea dei colori, soprattutto con una mina sempre spuntata e grigia, ma almeno posso descrivere l’incanto di un’ immagine che mi si è cristallizzata in mente.
Quel giorno, se non avessi avuto la matita a portata di mano, mi sarei sicuramente privata di quell'ineffabile felicità della signora in vetrina, che magari pochi minuti prima aveva inciampato per strada rompendosi un tacco e stracciandosi le calze nuove. Aveva seguito il profumo inebriante di un dolce appena sfornato e deciso di ritrovare il sorriso concedendosi un innocente peccato di gola. Del resto una fotografia non è mai la fine di un'azione: ci si domanda sempre che cosa è accaduto prima e dopo lo scatto, almeno io mi pongo il quesito. Mi piace illudermi di poter comprendere il rincorrersi degli eventi, anche solo ipotizzandoli sulla base del mio stato d'animo, sulla base di un'impressione, di una fotografia.
Alla fine, sono arrivata alla conclusione che sono una fotografa senza la macchinetta, perchè ogni volta che voglio fermare il tempo mi basta scriverlo, magari mentre ammorbidisco le parole che ho in testa con un filo di burro cacao alla fragola sulle labbra. Nel frattempo, non demordo, stropiccio l'occhio della macchinetta e provo a ricentrare l'obiettivo, forse sarò più fortunata...
Quando cammino per strada e vengo attratta da un’immagine singolare, o per me suggestiva, mi fermo un istante e faccio uno scatto con la mente, augurandomi che quello che ho fotografato senza flash non perda i contorni, non si sfumi con l’immagine a seguire e non vada persa tra i meandri della memoria. Mi auspico che il volto di qualcuno non perda i suoi lineamenti o che la gestualità non si riveli una sorta di deliquio improvviso da rianimare ad occhi chiusi.
Tutti i santi giorni abbiamo la mente intasata di forme ed immagini ed è quasi sempre impossibile mantenere il nitido ricordo di esse. Non possiamo certo rimembrare di essere passati nel periodo natalizio davanti ad una golosa, tutta colorata ed imbandita vetrina di dolci, e soprattutto che la signora all'interno della pasticceria in questione, con fare lento, si era messa ad assaggiare un piccolo biscottino al burro finemente ricamanto con la cioccolata...e ancor di meno essere stati attenti all'espressione di gioia provocata da un fuggevole atto di piacere.
Tempo fa, dopo essermi accorta di questo mio particolare atteggiamento e curiosità nei confronti delle molteplici interazioni di un mondo esterno al mio, ho deciso di comprare una macchina fotografica e ho cominciato a portarla in borsa, come si fa con il mazzo di chiavi o il burro cacao alla fragola, ma conferendogli una maggiore importanza...certo, se non sto attenta al mazzo di chiavi resto fuori casa, ma sono dettagli trascurabili!!!
Ad ogni modo, puntualmente, quando ho necessità di fare un'istantanea, succede qualcosa: ho le batterie scariche oppure il momento che volevo arrestare si è già confuso con il fluire del tempo, così non ho potuto catturare l’attimo.
Di solito, se il problema non sono state le batterie, aspetto un po’ con il cuore in gola e la speranza che si ripresenti quella piccola eternità evanescente…il desiderio di riafferrarla nello stesso millisecondo in cui realizzo di averla persa… Nella maggior parte dei casi, tutto si è svolto in maniera troppo veloce e la mia macchinetta è rimasta spenta.
È rimasta con l’occhio chiuso a fissare il buio, un’occhio chiuso verso l’immensità di una piccolezza…che delusione!
Allora che cosa ho pensato? Se non sono così brava ad immortalare l’effimero e non sono nemmeno così tanto brava ad immortalarlo come voglio quando becco il momento esatto del suo principio, forse posso provare a fare delle modeste fotografie con le parole. Del resto una foto è verbo. Una foto la si osserva e ci emoziona, ci fa trarre delle conclusioni...semplicemente la si guarda e poi la si commenta silenziosamente.La riscriviamo in noi, in base alle sensazioni che ci ha provocato. Tuttavia, sono consapevole del fatto che una foto ha il pregio di esprimere con una sintesi meravigliosa quello che uno scrittore, un attore, un musicista renderebbe ridondante e ripetitivo.
Così, oltre al mazzo di chiavi, il burro cacao alla fragola e la macchinetta orba, ho ricordato di avere sempre con me un’agendina e una matita per qualsiasi evenienza. Di certo non posso rendere perfettamente l’idea dei colori, soprattutto con una mina sempre spuntata e grigia, ma almeno posso descrivere l’incanto di un’ immagine che mi si è cristallizzata in mente.
Quel giorno, se non avessi avuto la matita a portata di mano, mi sarei sicuramente privata di quell'ineffabile felicità della signora in vetrina, che magari pochi minuti prima aveva inciampato per strada rompendosi un tacco e stracciandosi le calze nuove. Aveva seguito il profumo inebriante di un dolce appena sfornato e deciso di ritrovare il sorriso concedendosi un innocente peccato di gola. Del resto una fotografia non è mai la fine di un'azione: ci si domanda sempre che cosa è accaduto prima e dopo lo scatto, almeno io mi pongo il quesito. Mi piace illudermi di poter comprendere il rincorrersi degli eventi, anche solo ipotizzandoli sulla base del mio stato d'animo, sulla base di un'impressione, di una fotografia.
Alla fine, sono arrivata alla conclusione che sono una fotografa senza la macchinetta, perchè ogni volta che voglio fermare il tempo mi basta scriverlo, magari mentre ammorbidisco le parole che ho in testa con un filo di burro cacao alla fragola sulle labbra. Nel frattempo, non demordo, stropiccio l'occhio della macchinetta e provo a ricentrare l'obiettivo, forse sarò più fortunata...
giovedì 21 luglio 2011
Che cazzo, ho anche il pensiero di dover combattere una guerra che non è la mia!
È un pugno allo stomaco, una morsa che non mi permette di respirare, mi trascina nell’abisso di un dolore che nessuno conosce. Mi faccio forza, mi costringo a deviare il pensiero altrove, bevo acqua, fumo una sigarette, mi tranquillizzo. Mi conto i battiti del cuore fino a 60 e poi chiudo gli occhi...li riapro...ci sono ancora.
Sembra tutto passato e poi si ripresenta…più forte di prima, la stessa fitta sempre allo stesso posto, al centro del corpo, forse un po’ più in basso verso il ventre e rimango inerme. E' come se fossi su un cavallo impazzito che mi fa vomitare rabbia e paura, ma sono consapevole del fatto che se cado ci rimetto la pelle solo io.
Mi guardo intorno e mi sento sperduta, tendo la mano verso il nulla, non ho tatto, ho la sudorazione fredda e mi accorgo che se qualcuno mi vedesse in questo momento potrebbe impaurire per il pallore che ho in volto. Mi sento il colore giallognolo che piano piano si sostituisce al colore roseo delle mie gote. Me lo sento come se pulsasse al posto del sangue. Intanto le mie mani diventano sempre più fredde, sempre più umide, sempre più insensibili ai materiali che tocco…in questi casi tocco sempre qualcosa per vedere se sono ancora viva o se sto scomparendo.
Fa male, fa davvero tanto male tutto questo, eppure ancora mi capita.
Ciò che realmente odio è che questo dolore non è provocato da una malattia da manuale con annesse prescrizioni mediche per la guarigione. E' la manifestazione di un terribile male che ogni tanto si ripresenta nella testa, nel cuore, nei ricordi e mi uccide lentamente, ad episodi.
Da tutto questo breve ma intenso attimo, a volte ne esco vittoriosa, deviando il cervello con la prima distrazione che riesco a procurarmi o razionalizzando la miserabile causa che mi sta provocando il delirio; altre volte, invece, mi sento come un soldato in guerra, ferito sul campo di battaglia da una granata e con il proprio compagno di sventura già bello e stecchito a fianco. Sa che può fare due cose:lasciarsi morire e vedersi passare davanti un’intera vita oppure sopportare il dolore, alzarsi e pregare che incontri nelle prossime ore un angelo che lo accompagni lontano da quello schifo di situazione creata e voluta da altri. Che cazzo, ho anche il pensiero di dover combattere una guerra che non è la mia!Imbraccio un fucile che contiene pallini di odio e so che non mi serve
!
Non è neanche il pugno allo stomaco il problema, il problema è che non c’è una cura a questa abominevole sensazione. È strano, ma l’unico modo per guarirne e aspettare che il tempo passi. Che i giorni si susseguano con una lentezza mai notata prima. Quando le ore la smetteranno di fare tanto baccano con le loro lancette che si trascinano dietro il rimbombo del secondo appena passato, allora mi potrò dire completamente guarita. WAR IS OVER!
Eppure, quando sembra tutto finito, abbozzo un sorriso da imbecille, mi ricompongo, accendo un’altra sigaretta e mi ripeto che non ci cascherò più. Ogni tanto mantengo la promessa che mi faccio e ogni tanto lascio che il pugno ricevuto riprenda a darmi fastidio...vengo tradita dalla mia incommensurabile voglia di rinsavirmi.
Questa non è una malattia, è solo una ferite ancora aperta e che fortunatamente lascerà solo il segno di una guerra vinta!Magari mi sarò anche meritata la medaglia al valore...
Nel frattempo, ho anche trovato un angelo che mi riaccompagna verso la via d'uscita : ogni tanto e il sorriso di una persona che improvvisamente riesce a risvegliarmi, ogni tanto è la voce di un cantante, ogni tanto è una frase letta su un libro che riaffiorata alla mente, ogni tanto è solo il tatto che ritorna e mi fa toccare le cose con la stessa palpabilità e godo della mia esistenza.
Il pezzo di carta...la scrittura è quando incontri qualcuno che non sai di conoscere e lui conosce te …
Ho smesso di scrivere quando stupidamente ho creduto che non mi sarebbe servito più farlo, quando mi sono convinta che bastava semplicemente svegliarsi la mattina e far parlare di me in base alle azioni della giornata, in base ai miei sentimenti. Ho smesso di scrivere per vivere delle piccole cose che riempiono la vita di una persona e di quelle che caratterizzano la vita di chi ti sta intorno, dimenticando di prendere nota quando effettivamente se ne sente l'esigenza. Ho iniziato a concepire un diverso tipo di scrittura:quello dei ricordi a breve e lungo termine nell'ippocampo...chissà, credevo fosse sufficiente riflettermi allo specchio e far parlare la mia immagine, vivere dell’istante e lasciarlo al tempo e alle incurie della dimenticanza, sperando che qualcuno avrebbe impararto a leggermi lo stesso. Ma le parole al vento, le azioni che si compiono solitarie, le emozioni, le immagini, i sapori hanno bisogno di essere catturati nella maniera che più ci piace ed anche una scrittura, seppur a mo di appunti e pensieri puntati e mutilati, da la possibilità di rendersi immortali ed indifferenti. Permette di esprimere tutto quello che un gesto, uno sguardo, una lacrima, un sorriso esprimono solo nell’attimo in cui si manifestano e poi muoiono. La scrittura resta ed io vivo in lei.
Vi è mai capitato di sentirvi dire:”ti credevo diversa?” A me è capitato tantissime volte e non perché voglia confondere le persone con la mia poliedricità, ma perché tutti vedono in noi solo quello che vogliono, vedono solo la forma di un qualcosa basato su stereotipi e preconcetti, si fermano all’apparenza o forse non possiedono la sensibilità di voler conoscere l’altro. Io la definisco anche mancanza di empatia. È solo un momento, una conoscenza furtiva, una comunicazione statica. Che cosa c’entra questo con la scrittura? C’entra nel momento in cui i bla bla bla al vento, le immagini riflesse allo specchio e negli occhi della gente, le inesattezze dei ricordi sbiaditi, non riescono a darti un’identità, non trasmettono perfettamente quello che vorresti. MUORI in uno stereotipo.
Scrivo della scrittura, perché giorni fa è accaduto qualcosa che mi ha fatto riflettere o forse solo perdermi in congetture illogiche. Parlavo con una persona, che fondamentalmente non conosco, e nel bel mezzo della conversazione mi ha detto:”…ma io mi ricordo di te…So chi sei…ti ho notata ad un concerto, quando è finito ti ho vista prendere un foglio dalla borsa e scrivereci sopra, per poi lasciarlo vicino al palco. Sono andato a vedere che cazzo avevi da dire,a chi o cosa...mi è piaciuto il tuo pensiero…non so perché l’hai fatto, ma mi è piaciuto leggerti”. Il silenzio, non ho saputo rispondere a questo ricordo non mio e mi sono sorpresa di essermi fatta riconoscere solo per una frase buttata all’attimo su un pezzo di carta volante.
C’era nella persona il desiderio di capire chi fossi. Non voleva sapere come mi chiamassi, dove abitassi e se avessi un fratello o una sorella, ma aveva il desiderio di leggermi, decifrarmi, forse anche abbordarmi, ma comunque di capire e di infettarsi di un mio pensiero. Possedermi, afferrarmi, perché aveva voluto entrare nella mia vita, nella mia testa…
Non ho memoria di quella serata, se non vagamente…forse stavo solo li ad ascoltare della musica, magari mezza persa nelle movenze indotte dall’alcool e messa all’ombra da altri corpi, ma appena ho estratto carta e penna dal sacco che mi porto sempre dietro, ho smosso qualcosa. Ho fatto girare la terra secondo un mio moto .Ho reso immortale un momento e ho arrestato l’andare della musica intorno.
Stavo pensando … mesi fa ho scritto una tesi di 60 pagine, di cui non ricordo neanche più il contenuto. Non c’era niente di mio in quello che mi sono trovata a DOVER scrivere. C’erano i pensieri degli altri da elaborare, le opinioni delle masse, i concetti ingarbugliati ed immutabili da riportare alla maniera in cui conviene. Niente di nuovo, niente di emozionante, niente da comunicare, nienteche mi appartenesse. Semplici informazioni con poca personalità. Dovevo cercare di essere il più chiara possibile per farmi leggere, per farmi valutare. Non c’era il cuore di farlo, la voglia di emergere, solo quella di costringersi a ragionare, elaborare, analizzare.
La scrittura è altro, e nell’assurdo di quello che sto pensando adesso, se avessi presentato alla commissione di laurea il pezzo di carta volante del concerto probabilmente avrei scioccato i presenti, non avrei eseguito gli ordini, sarei stata presa per pazza, ma forse sarei riuscita ad alzarmi da quella sedia con qualcosa di MIO. Avrei voltato il culo a chi legge e non capisce un cazzo, a chi mi ha imputato la colpa di essere troppo “poetica”. Dovevo presentarmi senza il mio pircing, il mio tatuaggio, la mia faccia da stronza. “Presenta solo l’apparenza che conviene e tutto andrà bene, perché è importante che tu lo faccia, che tu sia come ti vogliamo”. Avrei fatto la più bella figura di merda della storia se avessi stilato 60 pagine in maniera del tutto personale, ma sarei stata letta e giudicata per quello che sono e non per quello che dovevo essere.
Non so perché mi sto perdendo in queste considerazioni post caffè e sigaretta delle 11, ma quando qualcuno non riesce a dire quello che sente che lo scriva, lo faccia diventare musica, lo ritragga su un muro , una tela o dove gli pare…siamo quello che pensiamo…siamo quello che scriviamo in un istante particolare…siamo solo quello che vogliamo e non è giusto alzarsi la mattina e sperare che qualcuno ci capisca senza che abbiamo fatto nulla per farci capire…comunicazione è solo un vocabolo, ma è interazione vera quando anche altrove riesci a farti ascoltare, anche quando incontri qualcuno che non sai di conoscere e lui conosce te … sei stata letta, perchè hai scritto di te...
by Mimì
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