Ho smesso di scrivere quando stupidamente ho creduto che non mi sarebbe servito più farlo, quando mi sono convinta che bastava semplicemente svegliarsi la mattina e far parlare di me in base alle azioni della giornata, in base ai miei sentimenti. Ho smesso di scrivere per vivere delle piccole cose che riempiono la vita di una persona e di quelle che caratterizzano la vita di chi ti sta intorno, dimenticando di prendere nota quando effettivamente se ne sente l'esigenza. Ho iniziato a concepire un diverso tipo di scrittura:quello dei ricordi a breve e lungo termine nell'ippocampo...chissà, credevo fosse sufficiente riflettermi allo specchio e far parlare la mia immagine, vivere dell’istante e lasciarlo al tempo e alle incurie della dimenticanza, sperando che qualcuno avrebbe impararto a leggermi lo stesso. Ma le parole al vento, le azioni che si compiono solitarie, le emozioni, le immagini, i sapori hanno bisogno di essere catturati nella maniera che più ci piace ed anche una scrittura, seppur a mo di appunti e pensieri puntati e mutilati, da la possibilità di rendersi immortali ed indifferenti. Permette di esprimere tutto quello che un gesto, uno sguardo, una lacrima, un sorriso esprimono solo nell’attimo in cui si manifestano e poi muoiono. La scrittura resta ed io vivo in lei.
Vi è mai capitato di sentirvi dire:”ti credevo diversa?” A me è capitato tantissime volte e non perché voglia confondere le persone con la mia poliedricità, ma perché tutti vedono in noi solo quello che vogliono, vedono solo la forma di un qualcosa basato su stereotipi e preconcetti, si fermano all’apparenza o forse non possiedono la sensibilità di voler conoscere l’altro. Io la definisco anche mancanza di empatia. È solo un momento, una conoscenza furtiva, una comunicazione statica. Che cosa c’entra questo con la scrittura? C’entra nel momento in cui i bla bla bla al vento, le immagini riflesse allo specchio e negli occhi della gente, le inesattezze dei ricordi sbiaditi, non riescono a darti un’identità, non trasmettono perfettamente quello che vorresti. MUORI in uno stereotipo.
Scrivo della scrittura, perché giorni fa è accaduto qualcosa che mi ha fatto riflettere o forse solo perdermi in congetture illogiche. Parlavo con una persona, che fondamentalmente non conosco, e nel bel mezzo della conversazione mi ha detto:”…ma io mi ricordo di te…So chi sei…ti ho notata ad un concerto, quando è finito ti ho vista prendere un foglio dalla borsa e scrivereci sopra, per poi lasciarlo vicino al palco. Sono andato a vedere che cazzo avevi da dire,a chi o cosa...mi è piaciuto il tuo pensiero…non so perché l’hai fatto, ma mi è piaciuto leggerti”. Il silenzio, non ho saputo rispondere a questo ricordo non mio e mi sono sorpresa di essermi fatta riconoscere solo per una frase buttata all’attimo su un pezzo di carta volante.
C’era nella persona il desiderio di capire chi fossi. Non voleva sapere come mi chiamassi, dove abitassi e se avessi un fratello o una sorella, ma aveva il desiderio di leggermi, decifrarmi, forse anche abbordarmi, ma comunque di capire e di infettarsi di un mio pensiero. Possedermi, afferrarmi, perché aveva voluto entrare nella mia vita, nella mia testa…
Non ho memoria di quella serata, se non vagamente…forse stavo solo li ad ascoltare della musica, magari mezza persa nelle movenze indotte dall’alcool e messa all’ombra da altri corpi, ma appena ho estratto carta e penna dal sacco che mi porto sempre dietro, ho smosso qualcosa. Ho fatto girare la terra secondo un mio moto .Ho reso immortale un momento e ho arrestato l’andare della musica intorno.
Stavo pensando … mesi fa ho scritto una tesi di 60 pagine, di cui non ricordo neanche più il contenuto. Non c’era niente di mio in quello che mi sono trovata a DOVER scrivere. C’erano i pensieri degli altri da elaborare, le opinioni delle masse, i concetti ingarbugliati ed immutabili da riportare alla maniera in cui conviene. Niente di nuovo, niente di emozionante, niente da comunicare, nienteche mi appartenesse. Semplici informazioni con poca personalità. Dovevo cercare di essere il più chiara possibile per farmi leggere, per farmi valutare. Non c’era il cuore di farlo, la voglia di emergere, solo quella di costringersi a ragionare, elaborare, analizzare.
La scrittura è altro, e nell’assurdo di quello che sto pensando adesso, se avessi presentato alla commissione di laurea il pezzo di carta volante del concerto probabilmente avrei scioccato i presenti, non avrei eseguito gli ordini, sarei stata presa per pazza, ma forse sarei riuscita ad alzarmi da quella sedia con qualcosa di MIO. Avrei voltato il culo a chi legge e non capisce un cazzo, a chi mi ha imputato la colpa di essere troppo “poetica”. Dovevo presentarmi senza il mio pircing, il mio tatuaggio, la mia faccia da stronza. “Presenta solo l’apparenza che conviene e tutto andrà bene, perché è importante che tu lo faccia, che tu sia come ti vogliamo”. Avrei fatto la più bella figura di merda della storia se avessi stilato 60 pagine in maniera del tutto personale, ma sarei stata letta e giudicata per quello che sono e non per quello che dovevo essere.
Non so perché mi sto perdendo in queste considerazioni post caffè e sigaretta delle 11, ma quando qualcuno non riesce a dire quello che sente che lo scriva, lo faccia diventare musica, lo ritragga su un muro , una tela o dove gli pare…siamo quello che pensiamo…siamo quello che scriviamo in un istante particolare…siamo solo quello che vogliamo e non è giusto alzarsi la mattina e sperare che qualcuno ci capisca senza che abbiamo fatto nulla per farci capire…comunicazione è solo un vocabolo, ma è interazione vera quando anche altrove riesci a farti ascoltare, anche quando incontri qualcuno che non sai di conoscere e lui conosce te … sei stata letta, perchè hai scritto di te...
by Mimì
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